venerdì 9 maggio 2014

I prepotenti: quante figure... anzi, "figurine"!



Quella volta in cui ho realizzato che la prepotenza non è “cosa buona e giusta” e che, quindi,
sarebbe stato meglio accantonarla, avrò avuto cinque anni.
Stavo seguendo l’ennesimo album di figurine (li ho sempre adorati con quel loro profumo di carta colorata e quei pacchettini da far sventolare tutti insieme come tante banconote molto più preziose… ) ed ero già a buon punto quando mia madre mi ha proposto lo scambio dei doppioni con un’amichetta. Un classico. Ho arricciato il naso, ma poi ho detto ok, nella speranza di finire la raccolta. C’incontriamo con le reciproche genitrici, controlliamo i numeri e per forza di cose (avevo un mezzo di doppie più spesso delle torte di Buddy Valastro) l’altra bimba termina con un bottino più ricco del mio. Scena madre: pianti, urli, strepiti. Nessuna intenzione di darle più doppie di quelle che avrei ricevuto. Un dramma che neanche Shakespeare avrebbe saputo sceneggiare così bene. In preda al delirio le strappo le “mie” figurine di mano e faccio per andare via e mia madre che fa? Me le prende dalle mani e gliele dà TUTTE. Cioè non solo quelle doppie che le servivano ma anche le altre, l’intero mio patrimonio made in Panini, dicendole “Così potrai scambiarle con altri bambini e finire la raccolta”. E a me, impalata: “Così impari a fare la prepotente”. Me lo ricordo ancora come fosse oggi (e chi non ci crede è solo perché non mi conosce): ricordo la felicità dell’altra bimba, il tentativo maldestro dell’altrui madre a dissuadere la mia, la faccia soddisfatta di mia mamma (e anche qui, chi non ci crede è perché non la conosce), la mia espressione inebetita. Ricordo che non avevo detto niente, mi ero chiusa in un silenzio tibetano. E ricordo che da quel giorno ho cominciato a organizzare mercatini di scambio figurine talmente popolosi che gli hobbisti del Lungolago di Arona a confronto, sono dei dilettanti.
Ecco: se potessi, io oggi vorrei fare così con tutti gli adulti prepotenti.
Con chi lavora con te ad un progetto e l’unica cosa che fa è giudicare sbagliato quello che fai, senza però muovere un dito. E senza probabilmente pensare davvero che sia sbagliato, ma solo con l’esigenza “dei pavidi” di mettere “il punto”.
Con chi si professa tuo amico fraterno o tua sorella di sangue, sparisce per periodi più lunghi delle ere geologiche e poi torna. E pretende. Senza minimamente pensare a quello che c’è stato in mezzo.
Con chi crede di poter dire e fare tutto quello che vuole, senza curarsi degli altri e senza conseguenze.
Con chi  è convinto che i suoi problemi siano sempre più importanti e più gravi di quelli degli altri e con chi, della vita altrui, non s’interessa proprio; salvo poi stupirsi nel ritrovarsi solo.
Con chi  ti chiama solo perché ha bisogno di sapere come fare ad avere i biglietti di quel tal concerto o di quel tal evento.
Con chi infesta il tuo telefono di foto dei propri figli, senza mai chiederti come stai. Come se cento foto di neonati-bambini-adolescenti che ridono, piangono, mangiano, camminano e fanno tutte le cose normali che abbiamo fatto tutti senza per questo che i nostri genitori frantumassero le scatole agli esseri umani, potessero sostituire un saluto vero. Da grandi.
Con chi non sa gioire dei tuoi successi ma pretende che tu sia sempre in prima linea per osannare i suoi.
Con chi non accetta la diversità di chi gli è vicino e, forse, non prova nemmeno a comprenderla.
Con chi pensa sempre di saperne una più di te. Anche quando l’esperienza più emozionante della sua vita, probabilmente, è stata veder il treno passare sul ponte del Ticino.
Con tutti questi individui io vorrei fare come ha fatto la mia mamma con me, trent’anni fa: strappargli le “figurine” dalle mani e lasciarli lì, con un palmo di naso.
Peccato che probabilmente, molti, seppur adulti e plurivaccinati, nemmeno capirebbero la “figurina” meschina,  fatta

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