Quella
volta in cui ho realizzato che la prepotenza non è “cosa buona e giusta” e che, quindi,
sarebbe stato meglio accantonarla, avrò avuto cinque anni.
Stavo seguendo l’ennesimo album di figurine (li ho sempre adorati con quel loro profumo di carta colorata e quei pacchettini da far sventolare tutti insieme come tante banconote molto più preziose… ) ed ero già a buon punto quando mia madre mi ha proposto lo scambio dei doppioni con un’amichetta. Un classico. Ho arricciato il naso, ma poi ho detto ok, nella speranza di finire la raccolta. C’incontriamo con le reciproche genitrici, controlliamo i numeri e per forza di cose (avevo un mezzo di doppie più spesso delle torte di Buddy Valastro) l’altra bimba termina con un bottino più ricco del mio. Scena madre: pianti, urli, strepiti. Nessuna intenzione di darle più doppie di quelle che avrei ricevuto. Un dramma che neanche Shakespeare avrebbe saputo sceneggiare così bene. In preda al delirio le strappo le “mie” figurine di mano e faccio per andare via e mia madre che fa? Me le prende dalle mani e gliele dà TUTTE. Cioè non solo quelle doppie che le servivano ma anche le altre, l’intero mio patrimonio made in Panini, dicendole “Così potrai scambiarle con altri bambini e finire la raccolta”. E a me, impalata: “Così impari a fare la prepotente”. Me lo ricordo ancora come fosse oggi (e chi non ci crede è solo perché non mi conosce): ricordo la felicità dell’altra bimba, il tentativo maldestro dell’altrui madre a dissuadere la mia, la faccia soddisfatta di mia mamma (e anche qui, chi non ci crede è perché non la conosce), la mia espressione inebetita. Ricordo che non avevo detto niente, mi ero chiusa in un silenzio tibetano. E ricordo che da quel giorno ho cominciato a organizzare mercatini di scambio figurine talmente popolosi che gli hobbisti del Lungolago di Arona a confronto, sono dei dilettanti.
sarebbe stato meglio accantonarla, avrò avuto cinque anni.
Stavo seguendo l’ennesimo album di figurine (li ho sempre adorati con quel loro profumo di carta colorata e quei pacchettini da far sventolare tutti insieme come tante banconote molto più preziose… ) ed ero già a buon punto quando mia madre mi ha proposto lo scambio dei doppioni con un’amichetta. Un classico. Ho arricciato il naso, ma poi ho detto ok, nella speranza di finire la raccolta. C’incontriamo con le reciproche genitrici, controlliamo i numeri e per forza di cose (avevo un mezzo di doppie più spesso delle torte di Buddy Valastro) l’altra bimba termina con un bottino più ricco del mio. Scena madre: pianti, urli, strepiti. Nessuna intenzione di darle più doppie di quelle che avrei ricevuto. Un dramma che neanche Shakespeare avrebbe saputo sceneggiare così bene. In preda al delirio le strappo le “mie” figurine di mano e faccio per andare via e mia madre che fa? Me le prende dalle mani e gliele dà TUTTE. Cioè non solo quelle doppie che le servivano ma anche le altre, l’intero mio patrimonio made in Panini, dicendole “Così potrai scambiarle con altri bambini e finire la raccolta”. E a me, impalata: “Così impari a fare la prepotente”. Me lo ricordo ancora come fosse oggi (e chi non ci crede è solo perché non mi conosce): ricordo la felicità dell’altra bimba, il tentativo maldestro dell’altrui madre a dissuadere la mia, la faccia soddisfatta di mia mamma (e anche qui, chi non ci crede è perché non la conosce), la mia espressione inebetita. Ricordo che non avevo detto niente, mi ero chiusa in un silenzio tibetano. E ricordo che da quel giorno ho cominciato a organizzare mercatini di scambio figurine talmente popolosi che gli hobbisti del Lungolago di Arona a confronto, sono dei dilettanti.
Ecco:
se potessi, io oggi vorrei fare così con tutti gli adulti prepotenti.
Con
chi lavora con te ad un progetto e l’unica cosa che fa è giudicare sbagliato
quello che fai, senza però muovere un dito. E senza probabilmente pensare
davvero che sia sbagliato, ma solo con l’esigenza “dei pavidi” di mettere “il
punto”.
Con
chi si professa tuo amico fraterno o tua sorella di sangue, sparisce per
periodi più lunghi delle ere geologiche e poi torna. E pretende. Senza
minimamente pensare a quello che c’è stato in mezzo.
Con
chi crede di poter dire e fare tutto quello che vuole, senza curarsi degli
altri e senza conseguenze.
Con
chi è convinto che i suoi problemi
siano sempre più importanti e più gravi di quelli degli altri e con chi, della
vita altrui, non s’interessa proprio; salvo poi stupirsi nel ritrovarsi solo.
Con
chi ti chiama solo perché ha
bisogno di sapere come fare ad avere i biglietti di quel tal concerto o di quel
tal evento.
Con
chi infesta il tuo telefono di foto dei propri figli, senza mai chiederti come
stai. Come se cento foto di neonati-bambini-adolescenti che ridono, piangono,
mangiano, camminano e fanno tutte le cose normali che abbiamo fatto tutti senza
per questo che i nostri genitori frantumassero le scatole agli esseri umani,
potessero sostituire un saluto vero. Da grandi.
Con
chi non sa gioire dei tuoi successi ma pretende che tu sia sempre in prima
linea per osannare i suoi.
Con
chi non accetta la diversità di chi gli è vicino e, forse, non prova nemmeno a
comprenderla.
Con
chi pensa sempre di saperne una più di te. Anche quando l’esperienza
più emozionante della sua vita, probabilmente, è stata veder il treno passare
sul ponte del Ticino.
Con
tutti questi individui io vorrei fare come ha fatto la mia mamma con me, trent’anni
fa: strappargli le “figurine” dalle mani e lasciarli lì, con un palmo di naso.
Peccato che probabilmente, molti, seppur adulti e
plurivaccinati, nemmeno capirebbero la “figurina” meschina, fatta

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