martedì 27 maggio 2014

Coppie "da favola"? Sì, NOIR

Comunque la gente si fidanza male. Non trovate?
Non nel senso che fa delle brutte feste di fidanzamento (cosa peraltro spesso vera… grazie a Iddio le fanno in pochissimi) ma proprio sceglie MALE.
Si prendono quelli sbagliati e si lasciano quelli sbagliati.
Ho visto un sacco di belle coppie separarsi per motivi che, per carità, saranno stati giusti dall’interno ma che sono coppie a cui ogni volta il mondo fuori pensa con nostalgia.
E, soprattutto, vedo ogni giorno coppie SBAGLIATE. Ok, direte voi, Sbagliate PER TE. Certo, PER ME. Ma dato che a scrivere sono io, è quello che conta.
Ci sono diverse tipologie di coppie sbagliate.
Le sbagliate VISIVAMENTE ossia appaiate male; quelle coppie che non sono gradevoli da vedere non perché per forza uno o l’altro siano bruttarelli ma perché c’è qualcosa che stona. Come in un quadro a cui manca la giusta prospettiva. A volte nemmeno si capisce il motivo vero, ma è drammaticamente così. E non c’è rimedio.
Ci sono le sbagliate IN PARTENZA che nascono solo perché i due non ce la fanno più a star da soli e allora scelgono coscientemente o meno di svegliarsi tutte le mattine e vedere quel grugno nell’altra metà del letto, pur di avere un tizio o una tizia da portarsi al prossimo matrimonio in calendario. E non doverci andare da soli.
Ci sono le sbagliate IN FINALE che sono più alle cozze di uno spaghetto allo scoglio ma non si arrendono, perchè l’età avanza “e allora come faccio a trovarmi un altro/a? Ormai…” (Ormai??? A 30 anni???) e poi “ma tu ci pensi a tornare ad uscire tutti i week end quando sto così bene a guardare la tv sul divano con il plaid”. ‘Na festa di coppia, insomma.
Ci sono le sbagliate NEL PROFONDO che uniscono gente talmente diversa da non avere nemmeno le stesse idee sulla carta igienica da comprare. Ok che gli opposti si attraggono ma sentire due cristiani litigare vicino agli scaffali del supermercato perché la Lei di turno non sopporta la carta igienica salvaspazio che invece lui desidera ardentemente, non mi rasserena, insomma.
Ma le peggio sono le SBAGLIATE inconsapevoli: quando il Lui o la Lei di turno ancora non sanno che potrebbero avere di meglio rispetto a quell’arpia o a quel troglodita che hanno di fianco.
Ci sono donne che, quando vengono lasciate, strepitano, piangono, si disperano per mesi (talvolta anni)  e poi rinascono come i cervi a primavera di Cocciante così, in un momento. Senza un perché: e sono più belle, più brillanti, più elettriche di quando al loro fianco c’era un esaurito dalle mani piccole.  Sempre pronto ad alzare la voce.
E ci sono uomini che scelgono di stare al fianco di una bacchettona alta come un soldo di cacio, con gli occhi a triglia e dal muso costantemente ingrugnato che li comanda a bacchetta. Perché? Solo perché ci stanno da qualche anno. Anche se ogni momento (anche quelli di gioia condivisa) può, potenzialmente, scatenare una rissa e anche se ogni volta che la suddetta Lei si palesa, il malcapitato (spesso molto più carino della sua dolce metà) si tramuta in una statua di sale.
Non lo obbliga nessuno? Vero. Infatti chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma perché non provare a smettere di piangere, asciugarsi gli occhi e guardare, lucidamente, un pelino più lontano?

domenica 18 maggio 2014

Shopping - Istruzioni per l'uso

Lo shopping è bello.
E’ una verità non scritta, il sesto postulato che Euclide si è dimenticato di citare solo perché Euclide era un uomo, l’undicesimo comandamento tagliato fuori dalle  tavole di Mosè, sempre perché lui era un uomo.
Lo shopping è bello, si diceva, ma metti che, in una soleggiata domenica di maggio con una promozione impedibile del 30% in molti negozi dell’outlet più vicino, nell’orario più consono ad affrontare il nemico ossia nell’ora di pranzo, tu decida di lanciarti all’arrembaggio, cercando quell’abitino che ti piaceva così tanto ma che a prezzo pieno (“pieno” da outlet – e perciò già si comprende la necessità di affrontare lo pseudo saldo per ravvivare il guardaroba) non era ancora  a portata di portafoglio, puoi tornare a casa con una convinzione diversa. Lo shopping è bello… Ma. Già, c’è un “ma”.
Il peggio sono le coppie: lei che (sempre davanti alla malcapitata commessa) rimbrotta lui: “Uff che noioso, sempre pantaloni lunghi neri, grigi e blu, sembri un vecchio”. Ora dico io: non è che il tuo fidanzato ha cinque anni e quindi gli puoi infilar su pantaloncini a righe neanche fosse un marinaretto, tramutarlo in una zebra a pois o imporre a lui tutti sti cacchio di colori pastello che già noi donne siam costrette a subire.
Oppure, quando la coppia è un po’ più matura il massimo è sentire lei: “Ah, certo che una volta la camicia bianca dentro ai calzoni ti faceva un altro effetto”. Ma vah? Invece sicuro a lei, signora, l’abitino anni Cinquanta che portava a trent’anni le sta ancora uguale.
Stessa cosa al contrario: complimenti a profusione verso la Lei nel camerino.
Lui:“Ma non ce l’hai già un vestito rosso?”
Lei: “Sì, amore ma ha cinque anni, è lungo e invece questo è corto e poi il modello sembra arrivare direttamente dal “Drive In”
Lui: “Per me il rosso è rosso”.
Quanta soddisfazione.
Lei:“Ti piace”?
Lui: “Mah insomma..”
Lei: “Ma come, è simile a quello che aveva su Gianna l’altra sera e hai detto che ti piaceva”.
Lui: “Sì ma a te fa il culone”.
IMPICCATI.
E poi il must: Lui e Lei entrambi nel camerino (e giuro che questa non l’avevo mai vista) prima.
A Lui non va bene la taglia che sta provando e la sua amata si offre di andare a cercarla. Le indicazioni di lui? “Su quello scaffale là, vicino alla porta”. (Preciso, eh).
Lei parte alla ricerca come un rabdomante, passano due minuti scarsi e lui che urla dal camerino: “Oh, ti muovi… no... acqua, acqua, acqua… fuochino. Eh, era ora”.
No, ma scusami se abbigliata come la Zingara del programma di Pippo Baudo, un po’ coi suoi vestiti un po’ con quelli che sta provando, sta povera crista si lancia a cercarti nel mare dei mille modelli Bluette i tuoi stupidi pantaloni, come Nemo alla ricerca della sua mamma nell’oceano, ti metti pure a fare il vigile?
Non male nemmeno le situazioni madre – figlio (o figlia) adolescente:  
Figlia quindicenne: “Guarda come è elegante sta giacca con questa gonna, mamma; sono troppo stilosa” con occhi che brillano.
Mamma: “A me sembri un sacco di patate”. Eccoqua, vai di autostima.
Mamma: “Devi comprare le scarpe eleganti per il matrimonio di tuo cugino”.
Figlio (che ai piedi porta modernissime sneakers: “Non le voglio eleganti mamma, poi non le metto più. Adesso si usa mettere l’abito con le scarpe da ginnastica”.
Mamma: “Si usa? Chi lo usa? Gli scemi come te”. C’è stima, insomma.
Non parliamo di chi è  munito di carrozzina/passeggino o di cane: i poveri cuccioli (umani e non) con lingua per terra dalla stanchezza e dalla sete come avessero fatto il cammino di Santiago mostrano palesi segni d’insofferenza e guardano chiunque con occhi disperati.  E i padroni? A un tono di voce più alto di Adriano Pappalardo: “Perché fai così? Dillo a mamma (o papà) perché fai così?”.
Secondo te, PERCHE’?
Gli unici davvero rilassati? Le coppie, sì, ma di amici o di amiche. Piedi piatti, decine di sacchetti ma grandi sorrisi. Se va bene ci scappa pure il pranzo a Spizzico; che fa tanto gita.
E quelli che affrontano lo shopping da soli. E che possono permettersi di provare mezzo negozio, chiacchierare con le commesse (deridendo le situazioni sopracitate) e fermarsi di fronte allo specchio minuti e minuti, prima di convincersi dell’acquisto. E poi, magari nemmeno comprare.
Senza nessuno che gli metta fretta perché scade il parcheggio. Quando il parcheggio non si paga.
Lo shopping? E’ bello, anzi bellissimo. Ma con la compagnia giusta. Come ogni cosa.
BB
p.s. L’abitino? Ora è nel mio armadio. Indovinate con chi ho fatto shopping.  

lunedì 12 maggio 2014

Youtube, "juke box" a tradimento?

Il mio amico Alessandro non sopporta quelli che setacciano Youtube in cerca di video di cuccioli o di neonati che dovrebbero far ridere. O commuovere; a scelta. Che poi spesso è la stessa cosa. Dice che si entra in un “loop” perverso e che la gente li guarda per ore, senza nemmeno accorgersene. Parole chiave? Puppy, baby, oppure tutti quei nomi e nomignoli inseriti nel dizionario delle razze canine, feline, volatili, cricetidi… tutte.
E io mi arrendo,  non posso che dargli ragione. Il tunnel del sorriso ebete di fronte a bambini che ridono, si spaventano mentre ridono, si soffiano il naso, si spaventano mentre si soffiano il naso, piangono e si spaventano perché piangono è più lungo del Traforo del Monte Bianco. Ho visto gente “finire” tutti i video su Youtube cercando piccole teste pelate sorridenti o micro animali che fanno yoga. Che poi ditemi se un cane può scegliere di fare yoga.
La cosa peggiore, però, è che a me, il “loop”, mi prende al contrario. Questa gente ha il “loop” contentezza; a me prende il loop “tristezza”.
Vado su Youtube e mi cerco i video che mi fanno commuovere: ma non occhi rossi eh; lacrime più copiose dalla statua della Madonna di Civitavecchia.
Spezzoni di vecchi telefilm, (vorrete mica dire che Brenda che ascolta “Loosing my religion” in camera sua quando Dylan la lascia non vi fa scendere i goccioloni o Meredith che implora il Dottor Stranamore di scegliere lei e non l’algida moglie non vi strizza il cuore come una spugna dentro la doccia), spezzoni di concerti a cui sono stata (primo su tutti “Amiche per l’Abruzzo” ma come dimenticare Cesarone Cremonini che canta “Niente di più” al pianoforte al Forum di Assago o il Blasco e la sua “Angeli” a San Siro) e poi video di canzoni. Quelle canzoni che non vorresti ascoltare mai più nella tua vita, che se le senti in radio mentre stai guidando non solo ti viene da cambiare stazione ma addirittura da scendere dalla macchina e venderla perché ti ha tradita; quelle canzoni che non hanno una voce di un cantante ma il volto di una persona, il clima di un momento storico, l’ansia di un’atmosfera. Bella, brutta, non lo sai nemmeno tu. Una canzone, tanto per intenderci, tipo questa: 
 (https://www.youtube.com/watch?v=BhUHMgvUzWE). Canzoni di cui hai buttato i cd non nella tua cantina ma in quella del vicino per non avere nemmeno la tentazione, brani che pensavi di avere cancellato nonostante la memoria da elefante che ti ritrovi e che ti sei ben guardata dal raccontare a qualcuno, cosa vogliano dire. Perché prima era troppo bello per raccontarlo; poi è diventato troppo brutto.
Beh, tutta questa roba, ci sono quei momenti in cui vai a cercarla sul dannato Youtube. E c’è. Non devi scartabellare, aprire scatole, maledirti perché eri stata troppo drastica e adesso quella canzone degli Otto Ohm (https://www.youtube.com/watch?v=0emuSwR9wp0), caspita devi assolutamente risentirla. Basta un click. E te la trovi davanti. Tutta intera. E le immagini, quelle vere, non le vedi nemmeno. Ti bastano le tue.
Per fortuna poi, basta spegnere tutto. E il loop se ne va. Nella vita vera, grazie a Dio, non basta così poco per tornare indietro.

venerdì 9 maggio 2014

I prepotenti: quante figure... anzi, "figurine"!



Quella volta in cui ho realizzato che la prepotenza non è “cosa buona e giusta” e che, quindi,
sarebbe stato meglio accantonarla, avrò avuto cinque anni.
Stavo seguendo l’ennesimo album di figurine (li ho sempre adorati con quel loro profumo di carta colorata e quei pacchettini da far sventolare tutti insieme come tante banconote molto più preziose… ) ed ero già a buon punto quando mia madre mi ha proposto lo scambio dei doppioni con un’amichetta. Un classico. Ho arricciato il naso, ma poi ho detto ok, nella speranza di finire la raccolta. C’incontriamo con le reciproche genitrici, controlliamo i numeri e per forza di cose (avevo un mezzo di doppie più spesso delle torte di Buddy Valastro) l’altra bimba termina con un bottino più ricco del mio. Scena madre: pianti, urli, strepiti. Nessuna intenzione di darle più doppie di quelle che avrei ricevuto. Un dramma che neanche Shakespeare avrebbe saputo sceneggiare così bene. In preda al delirio le strappo le “mie” figurine di mano e faccio per andare via e mia madre che fa? Me le prende dalle mani e gliele dà TUTTE. Cioè non solo quelle doppie che le servivano ma anche le altre, l’intero mio patrimonio made in Panini, dicendole “Così potrai scambiarle con altri bambini e finire la raccolta”. E a me, impalata: “Così impari a fare la prepotente”. Me lo ricordo ancora come fosse oggi (e chi non ci crede è solo perché non mi conosce): ricordo la felicità dell’altra bimba, il tentativo maldestro dell’altrui madre a dissuadere la mia, la faccia soddisfatta di mia mamma (e anche qui, chi non ci crede è perché non la conosce), la mia espressione inebetita. Ricordo che non avevo detto niente, mi ero chiusa in un silenzio tibetano. E ricordo che da quel giorno ho cominciato a organizzare mercatini di scambio figurine talmente popolosi che gli hobbisti del Lungolago di Arona a confronto, sono dei dilettanti.
Ecco: se potessi, io oggi vorrei fare così con tutti gli adulti prepotenti.
Con chi lavora con te ad un progetto e l’unica cosa che fa è giudicare sbagliato quello che fai, senza però muovere un dito. E senza probabilmente pensare davvero che sia sbagliato, ma solo con l’esigenza “dei pavidi” di mettere “il punto”.
Con chi si professa tuo amico fraterno o tua sorella di sangue, sparisce per periodi più lunghi delle ere geologiche e poi torna. E pretende. Senza minimamente pensare a quello che c’è stato in mezzo.
Con chi crede di poter dire e fare tutto quello che vuole, senza curarsi degli altri e senza conseguenze.
Con chi  è convinto che i suoi problemi siano sempre più importanti e più gravi di quelli degli altri e con chi, della vita altrui, non s’interessa proprio; salvo poi stupirsi nel ritrovarsi solo.
Con chi  ti chiama solo perché ha bisogno di sapere come fare ad avere i biglietti di quel tal concerto o di quel tal evento.
Con chi infesta il tuo telefono di foto dei propri figli, senza mai chiederti come stai. Come se cento foto di neonati-bambini-adolescenti che ridono, piangono, mangiano, camminano e fanno tutte le cose normali che abbiamo fatto tutti senza per questo che i nostri genitori frantumassero le scatole agli esseri umani, potessero sostituire un saluto vero. Da grandi.
Con chi non sa gioire dei tuoi successi ma pretende che tu sia sempre in prima linea per osannare i suoi.
Con chi non accetta la diversità di chi gli è vicino e, forse, non prova nemmeno a comprenderla.
Con chi pensa sempre di saperne una più di te. Anche quando l’esperienza più emozionante della sua vita, probabilmente, è stata veder il treno passare sul ponte del Ticino.
Con tutti questi individui io vorrei fare come ha fatto la mia mamma con me, trent’anni fa: strappargli le “figurine” dalle mani e lasciarli lì, con un palmo di naso.
Peccato che probabilmente, molti, seppur adulti e plurivaccinati, nemmeno capirebbero la “figurina” meschina,  fatta

lunedì 25 novembre 2013

Chat di gruppo: croce o delizia? Io di panna non ne vedo.


Sicuramente  la pazienza non è mai stata il mio forte ma la gente ce la mette proprio tutta eh, per continuare ad averne la conferma. Ora, argomento di oggi: le chat di gruppo. Sfido chiunque a non essere vittima di almeno uno di questi gruppi d’isteria collettiva. Il che non significa che tutte le conversazioni a più voci su Whatsapp siano un peso ma per la maggior parte dei casi, almeno per me,  è così.
All’inizio sembrava una novità da urlo, con il tempo l’urlo è solo quello che mi ritrovo a fare perché quel maledetto beep continuo entra nelle orecchie mie e dei miei poveri colleghi.
Alla base c’è sempre una medesima situazione: gente pseudosconosciuta che ti inserisce a tradimento in una chat dal nome già disgraziato di per sé, per farti sentire “della cumpa”. Ecco, sentirsi “della cumpa”, quando ciò significa ricevere ogni giorno fotografie di piatti da cucinare, cucinati o desiderati oltre a vestiti per bambini, per neonati, per adulti, per nudisti con tanto di commenti composti di risatine e duecento emoticons neanche fosse la stele di Rosetta con tutti i suoi geroglifici, non è tra i miei desideri.
Per non parlare di quei momenti in cui uno dei componenti (uno, però, gli altri magari stanno lavorando, lavando casa, semplicemente vivendo) decide che si sta annoiando e allora chiede “Come va?” in chat comune. Ovvero a tutti, magari a dieci persone. Se gli altri membri del gruppo hanno sale in zucca ignoreranno ma se il condimento è finito in uno dei trenta piatti che hanno cucinato per far invidia a Cannavacciuolo e poi spedito in chat per far invidia (credono) a chi è a casa a mangiare il minestrone, si innescherà un terribile meccanismo a domino. Anzi, a Jenga, perché anche se alcuni resisteranno ci sarà sempre l’anello debole che continuerà la conversazione smarronando tutti.
Io ne ho solo due, di chat intelligenti. Tutte le altre le cancellerei in un momento,s e non fosse che Whatsapp è un infame e subito andrebbe a scrivere “Barbara Bozzola ha lasciato la conversazione” e allora alè, tutti a dire quanto io sia scontrosa e acida. Per cui niente, rimango dentro. Di motivi la gente ne ha già abbastanza e covo l’odio in silenzio.
Stesso sentimento è quello verso i tag multipli non richiesti in post su Facebook che mi interessano meno del buco dell’ozono. Ogni notifica è un’imprecazione.
Ieri però la mia vita ha avuto una svolta: mio cognato mi ha insegnato un segreto che mi cambierà la vita ossia  il metodo per silenziare solo le chat moleste. Così, da oggi, i miei colleghi non dovranno mai più ascoltare più fischi di quelli dei treni in stazione e io non dovrò più mettere i toni più che bassi praticamente inesistenti sul cellulare perdendo inevitabilmente tutte le telefonate importanti che sto aspettando come mi è successo la scorsa settimana.
E vi vorrò un po’ più bene. Sì sì, dico proprio a voi.



lunedì 11 novembre 2013

Quel fantasma tarocco del Natale futuro

 Sarò fuori moda, che devo dirvi. Se essere alla moda significa mostrare finto cinismo sul Natale, sì, sono assolutamente fuori moda. 
Per carità, io lo capisco che non a tutti possa piacere l’occasione ma sinceramente credo poco a tutti quei commenti, nati come funghi dopo un temporale, pseudo acidi (per lo più femminili) sulla “disgrazia” dell’arrivo delle Feste. Ok, ci sarà qualcuno che ne ha motivo e io questo non lo discuto ma per tutte le altre è pantomima pura.
Insomma, credo che a oggi, appaia “figo” dire “Oddio, arriva Natale”.
A)   Natale e il suo vecchio barbuto  con il pancione arrivano ogni anno da quando siamo al mondo
B)   Con loro le varie lucine che sembrano essere il nuovo problema dell’umanità
Io capisco che siamo a novembre e sembra presto, ma quando mai le luminarie sono state posizionate il 20 dicembre? Mai. Appaiono le prime stelline quando fa buio? Pace, direi, tutti che in questa città si lamentano della scarsa illuminazione … ora  saranno più tranquilli. Illuminazione pure creativa, guarda un po’.
Decorazioni and company vi fanno orrore? Evitate di entrare nel Paese del Natale del Fasoli per poi gridare al complotto: andate al Brico tutte le domeniche e dormirete sonni sereni.
Ora io dico: che fastidio può dare qualche ornamento o fiocco di neve luccicante quando cala la sera? Ad un animo ben disposto farà pensare a panettoni, tombolate, fiocchi e pacchetti, cene in famiglie, per Scrooge potranno confondersi con le insegne dei negozi aperti. Quelle che ancora resistono, purtroppo, per altro.
Certo, io sarò di parte: il Natale lo adoro anche se ci sono stati Natali bellissimi e altri tristi e sicuramente ce ne saranno di ancora più brutti ma non è mai stata colpa  del Natale. Perché quello arriva e se ne va in 24 ore, ci fa preparare per settimane per poi svanire in un attimo. E con lui tutti i desideri e i buoni propositi che si appendono all’albero. Ecco, forse la questione sta tutta qui: non sovraccarichiamolo troppo quel povero abete. Perché poi se cade, è facile puntare il dito sulla stazza di Babbo Natale. Ma anche quella è sempre stata così.
p.s.  A riprova di tutto ciò, lo scorso anno avevo deciso di non ritirare il mio alberello dopo le Feste ma di cambiargli “vesti” ogni mese. San Valentino, Pasqua, Compleanno, Estate in Spiaggia… mantenerlo bello vispo per 365 giorni l’anno e metterlo in ghingheri solo a dicembre. Nessuno mi ha appoggiato l’idea e mi son lasciata convincere. Ma quest’anno, mi sa che ci provo.



giovedì 24 ottobre 2013

Scusa ma ti lascio amore

La (ormai ex) moglie di Raoul Bova è uscita allo scoperto. Le devono essere proprio girate le scatole. Con il capo cosparso di cenere aveva, probabilmente, già mal sopportato la maxi intervista rilasciata dal “piccolo grande amore” suo e di Barbara Snellemburg ma quando sono uscite le foto del Raoulone nazionale insieme alla nuova fiamma, quella bonazza di Rocio Munoz Morales, la pacata Chiara Giordano, una delle donne più invidiate d’Italia, deve aver perso la testa.
Io me la vedo, appollaiata sulle poltrone barocche nei salotti della Roma bene con la mamma avvocato e le amiche a dire “No, ma noi ci siamo lasciati con rispetto”e tutte le fregnacce che si tirano fuori dal cassetto e dalla bocca in questi momenti “ma ci vogliamo ancora bene” di fronte alle amiche vere e soprattutto a quelle finte, insitamente felici della debacle tra i due. Perché diciamocelo, se da una parte guardandoli insieme durante questi anni ci siamo rassicurate dicendo “Beh, vedi che carino lui che, bello com’è, sceglie una donna normale”, dall’altra ci siamo pure rosicate con l’altrettanto amletico dubbio “Beh, e quindi, perché lei, e non me?”.
Poi, quando lui è apparso nelle foto, in Spagna, insieme a questa modellona di vent’anni (galeotto fu il set, ormai lontanoccio eh, di “Immaturi”) e nessuno gli ha neanche dato contro perché mica li han trovati ubriachi di sangria ma fotografati mentre donano indumenti e cibo ai bisognosi, lei non ci avrà visto più. Perché ancora una volta, il “marito italiano modello” è riuscito ad uscirne, chissà se volontariamente o meno, magari non bene ma nemmeno così male. Niente feste, donnine e alcool a fiumi ma un berretto, calato sugli occhi, per nascondersi dai paparazzi mentre aiuta i senzatetto.
E lei che decide di fare, invece di chiedere semplicemente aiuto a mammà Bernardini De Pace? Di rilasciare un’intervista in cui lo bacchetta per aver parlato con i giornali. Già proprio così. Si lamenta del fatto che l’ex metà della sua mela ormai con il verme che fa capolino, abbia usato un mezzo su cui poi, sceglie di sfogarsi anche lei.
E giù il “pistolotto” su quanto i figli vadano preservati tra le quattro mura, sulla difficoltà di privacy per i personaggi famosi (ma vah?) e su quanto
tutti i pettegolezzi non giovino certo alla serenità dei due bambini. Tutto vero, per carità. Ma una domanda nasce spontanea: lei, invece, tanto integerrima, cosa ha fatto? La stessa cosa.
Anzi no.
Una grossa differenza c’è ed è è che lui, per raccontarsi, ha scelto le penne di “Vanity Fair”; lei l’ha chiamata “Chi”.
Fate voi.